Blog umoristico ma molto realistico di fitness, moda e celebrities. Vivo a Milano e lavoro nella moda, sul web mi chiamo Zitella Acida ma se mi incontri per strada chiamami Lucia!

venerdì 12 dicembre 2014

Gift Guides 2014: I regali passepartout

Potremmo fare gift guide per sempre perché nonostante tutte le indicazioni del mondo rimarrà sempre quella persona, quell’amica, quel fidanzato dai gusti difficili.
Per non parlare dei papà? Che si regala ai papà? E alla mamma?

La risposta? NON. LO. SO.

Non sarò qui a farvi guide sui migliori set da barba dal sapore vintage, accostando un dentifricio Marvis ad un pennello in setole di cinghiale. Mio papà ha 80 anni, si fa la barba con lo stesso pennello da almeno 10 se non 20 anni. Non indossa profumo. Si mette qualsiasi cravatta che mia madre gli faccia trovare già annodata sul letto.
Il massimo del regalo per lui sarebbe un gilet di cachemire come quello giallo che ha messo per l’intera mia infanzia. Era di Zegna, un cachemire dal filato sottile e un etichetta così vecchia che Zegna nel frattempo ha cambiato logo almeno 8 volte.
Mio padre non legge libri, legge regolarmente Famiglia Cristiana da almeno 35 anni e il Messaggero Veneto che si compra da solo alla domenica dopo la messa. Mio padre ha fatto il carrozziere per tutta la vita e oltre a Famiglia Cristiana l’altra rivista che ha letto di più è stato il “Quattroruote”.  Da quando abbiamo chiuso l’officina e mio fratello non c’è più l’unica cosa che vedo concedersi relativamente al mondo delle auto è il Tg2 Motori alla domenica dopo pranzo. Una specie di tradizione pure per me, quasi al pari dell’albero di Natale.
Non ha bisogno di nulla, non ha particolari gusti culinari. E’ cardiopatico e anche volendo, non potrebbe concedersi la scatoletta di foie gras se non vogliamo poi aspirarglielo via dalle arterie.
Quest’anno ho deciso di regalargli (a lui ma di fatto a tutta la famiglia), un panettone artigianale milanese.
Sono 8 anni che vivo a Milano e ancora non ho mai portato a casa il Vero Panettone di Milano.
Da un veloce sondaggio online pare che il migliore sia quello di Marchesi anche se l’unico panettone fighetto che ho mai assaggiato è stato di Cova, l’anno scorso ad un cocktail aziendale, e sono rimasta stupefatta dalla bontà.

Dall’altra parte c’è mia madre che, almeno per genere, è un po’ più vicina a me perché come detto tante volte, ha fatto la sarta e quindi un certo gusto per la moda, il bello e i vestiti l’ho preso –inevitabilmente- da lei.
Non ha molti vestiti perché dice di non averne bisogno. A causa dei problemi di salute non cammina purtroppo e il massimo di passeggiata che può concedersi è di qualche decina di metri.
Una volta trovato il costume per la piscina per la ginnastica dolce e una gita annuale da Marina Rinaldi nel periodo delle vendite pre saldo, lei è a posto.
Con la mia prima tredicesima, sei anni fa, le ho regalato una borsa a tracolla di Vuitton per il quale mi bullo ancora. Mi aveva sempre detto che sognava una borsa di Louis Vuitton e non sono mai stata così tanto felice di regalargliela.
Quest’anno le regalo il suo profumo di Narciso Rodriguez e una crema antirughe di Chanel, mega acquisti che ho fatto grazie allo sconto in profumeria di un’amica. Solitamente è mio padre che le regala La Crema che poi lei riesca a far durare mesi e mesi in barba a qualsiasi data di scadenza, ma quest’anno l’ho voluta scegliere io. Mi sono fatta scivolare che la crema potrebbe andare bene anche a me e adesso lei la vuole regalare a me. Come non detto.

E’ difficile pensare anche a cosa regalare al fidanzato perché, paradossalmente, sono le persone che si conoscono meglio quelle più difficili da sorprendere.
La cosa che veramente sorprenderebbe me e Diego quest’anno sarebbe una gift card della Easy Jet e di Ryan Air.
Una merenda a Le Pain Quotidien di South Kensington, perché finiamo sempre lì a ripararci dalla pioggia.
Una cena da Bomaki a Milano, perché è il giapponese migliore mai gustato in vita mia ed è sempre difficilissimo prenotare.
Un materasso nuovo per la casa di Milano e per quella di Londra. O meglio, un materasso nuovo per la nostra nuova casa. Per ora solo immaginaria, nel 2015 spero che diventi reale.
So così bene le cose di cui lui ha bisogno (soldi) e lui sa così bene le cose di cui io ho bisogno (soldi) che Natale è solo una scusa per spacchettare qualcosa. Ma le cose che ci servono le compriamo nel resto dell’anno.
Per ora, ci siamo regalati la possibilità di vedere il musical Mamma Mia e lo Schiaccianoci a Londra a gennaio (11 anni di danza e solo l’anno scorso ho visto Il Lago dei Cigni. Di questo passo i grandi classici del balletto finirò di vederli nel 2045). Poi un paio di scarpe di Other Stories e della maglieria.
Siamo gente banale, che volete.

Però in questi mesi mi sono annotata dei regali che possono fare da passepartout.



 Ho già scritto cosa penso di Lucia e colgo l’occasione per augurarle di passare un sereno e tranquillo Natale, sperando che gli interventi al viso siano finiti e che il dolore degli ultimi sia passato. Ciao Lucia, ti voglio bene!
Penso che il libro di Lucia possa essere un ottimo regalo ma non solo a Natale. Sempre.
Non pensate che essendo una storia “negativa” non sia un bel regalo di Natale. La storia di Lucia è tutto tranne che negativa e cupa. Dalle sue parole emerge solo la luce della sua forza, una luce che annienta il buio della cattiveria umana.
E’ un libro che è quasi una cura, regalatelo a chi sta passando un brutto periodo perché nelle parole di Lucia troveranno la forza per uscirne e sentirsi più forti.
Regalatelo a chi sta passando un periodo super felice, perché possa godere della forza di Lucia e porti il suo messaggio ancora a più persone.
E’ un libro per le mamme, per le figlie, per le sorelle, le amiche, i fidanzati, i papà, gli uomini di famiglia.
Da qualche parte ci sono le donne che non hanno il coraggio di denunciare e se ne conoscete una e non avete il coraggio di farla parlare, porgetele questo libro. Può fare poco, può fare nulla, magari invece le fa trovare la forza di accorgersi dei segnali di violenza che sta subendo e andarsene, o cominciare a parlarne.



Conosco Federico da quando scriveva il blog Studio Illegale: un blog che stava al mondo degli studi legali altisonanti come il Diavolo Veste Prada stava a quello della moda.
Nei suoi post metteva a nudo i personaggi che si alternavano nelle sale del potere tra una due diligence e un contratto per una fusione. Mi sono innamorata del suo sguardo satirico sul mondo degli avvocati che ho trovato, per molti versi, simile al mio nei confronti della moda.
A lui è bastato qualche post per farsi notare da una casa editrice (la Marsilio) che gli ha messo una penna tastiera in mano e gli ha fatto scrivere il suo primo, riuscitissimo, romanzo Studio Illegale. Da quel primo romanzo poi è nato il film, con niente meno che quel tuttofare di Fabio Volo ed Ennio Fantastichini che però ha reso solo parzialmente giustizia al libro, come sempre.
Nel giro di poco è uscito lo spin-off di Studio Illegale, La Gente che Sta Bene e di nuovo è stato portato al cinema dall’ottimo Claudio Bisio.
Da poco Baccomo, che pare non stancarsi mai, ha fatto uscire finalmente il suo terzo romanzo, Peep Show.
Non si parla di porno in senso stretto ma analizza la pornografia dei giorni nostri tra La Vita in Diretta, Verissimo, Quarto Grado, Quinta Colonna: su tutti i canali, a tutte le ore e in tutte le fasce orarie. La pornografia di spiare sempre dal buco della serratura di tutti: dal gelato della Madia su Chi, all’omicidio del piccolo Loris, o i giornalisti perennemente appostati davanti alla casa di Sarah Scazzi.
Parla della parabola discendente di un ex concorrente del Grande Fratello che si aggrappa con le unghie e con i denti alla celebrità che gli sta scivolando di mano, quando i camerieri non ti riservano più il tavolo, quando la gente non ti riconosce più per strada, quando puoi solo ambire ad inaugurare un centro commerciale in provincia di Brescia.
Quello di Nicola Presci è un personaggio strano e dalle varie sfumature: spesso, nel corso del libro, ci si ritrova a fare il tifo per lui. Se vi è piaciuto To Rome With Love di Woody Allen non può non piacervi Peep Show che però prende spunto – forse- dall’analisi di Allen e la porta un po’ più in là, per vedere davvero fino a dove un uomo può arrivare.
Peep Show non parla più di avvocati e studi legali ma lo stesso sguardo critico e satirico Baccomo lo applica a noi stessi, noi che accendiamo la tv tutte le sere, noi che cediamo- come ad un guilty pleasure- quando la D’Urso fa litigare la moglie di Funari con la sorella per l’eredità o quando Nina Moric rilascia l’ennesima intervista su Corona o quando ascoltiamo la Satta parlare del colore della pelle di suo figlio. 
Siamo tutti spettatori di un Peep Show.

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martedì 9 dicembre 2014

Gift Guides 2014: Home for Christmas

La madre delle Gift Guide è sempre incinta quindi per tutte quelle persone che hanno appena comprato casa, per le mamme, per i papà, per le amiche che si sono sposate, per la mamma del fidanzato, per la sorella del fidanzato, per la zia amorevole, per la collega simpa, per il capo tollerabile. Un’accurata selezione di articoli per la casa interessanti e non banali. Oppure inutili e kitsch. E' il pensiero che conta.

Da qualche tempo io sono in fissa per le tazze. Non me ne rendevo conto ma di fatto il mio armadietto della cucina sta assumendo le proporzioni di una collezione. Prediligo le tazze kitsch e in questo gli inglesi amano distinguersi per questo farei pazzie per una tazza sul matrimonio di Carlo e Diana.

Sull’argomento tazze e teiere le proposte non mancano: per palati raffinati, fricchettoni, kitsch o barocchi.

 Zara Home
Dall'alto, in senso orario:


Goolp
(volendo c'è anche la versione Gucci e Louis Vuitton

Da Goolp quella pazza di Micol non ci lascia mai a digiuno di originalità e propone sempre pezzi che riescono a rendere allegro e insolito anche la più comune teiera.



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martedì 2 dicembre 2014

Gift Guides 2014: L'amica che rompe le palle con il running

C’è da chiedersi come fare, di questi tempi, a trovare la motivazione per andare fuori e correre.
Sul mio iPhone ora c’è solo una città più fredda di Milano ed è New York. Perfino a Londra fa più caldo che qua.
Piove, fa freddo, c’è buio dalle 5 e io ho sonno dalle 8 di stamattina. E cioè un quarto d’ora dopo che mi sono svegliata.

Non lo so come si fa ad andare a correre d’inverno. Io stessa sto facendo una fatica incredibile ad andare in palestra e l’unica cosa che mi fa muovere il culo quando esco dall’ufficio e andare verso sinistra (la palestra) anziché verso destra (a casa) è che l’abbonamento A N N U A L E è uno dei svariati motivi per i quali ora ho le pezze al culo.
Per avere la forza, alle 19, di affrontare la pioggia e muovermi verso la palestra devo prendere almeno 5 caffè. Di cui l’ultimo verso le 17, per consentirmi di tenere gli occhi aperti e la mano sul mouse almeno fino alle 18.30.
Vorrei essere una di quelle Highlander che vanno a correre di mattina appena sveglie (come la mia compagna cityrunner Giulia che ancora non ho capito come fa) ma io, pur essendo una morning person, di solito impiego i miei sabati morning arricchendo la colazione di calorie in sovrappiù, guardando le repliche di Beautiful o tenendo il passo con l’ultima puntata di Grey’s Anatomy e Scandal.
Tuttavia non nego che correre di sera, d’inverno, sia possibile.
Impossibile per me, al momento, ma non impossibile in assoluto.
Anzi, se fossi accompagnata sono certa che ci proverei.
Qualche settimana fa c’è stata una sessione di allenamento dei cityrunners che mi ha visto assente a causa dell’incipiente influenza che sono riuscita a schivare grazie a tre giorni di Vicks MediNait, ma alla quale non vedevo l’ora di andare per testare la mia resistenza (e quella dei miei anticorpi) al freddo.
Correndo già da un po’ (più di un anno ormai), ho corso fuori anche a novembre e dicembre (per non parlare degli allenamenti di febbraio al sabato mattina) e posso garantirvi che non è tremendo come sembra. Il nostro corpo è una macchina meravigliosa che, quando sta bene, sa perfettamente come adattarsi ad ogni temperatura e ambiente. Ad agosto il problema principale non era il caldo, ma le zanzare. D’inverno il problema principale non è il freddo. E’ la voglia.
LA VOGLIA.
La voglia di infilarsi le scarpe. Una volta infilate le scarpe io mi sento moralmente obbligata ad uscire. Anche perché altrimenti mi sentirei scema a girare per casa vestita da corsa e con le scarpe da ginnastica quando la mia tenuta domestica sono leggins, felpa e pantofole.
Il freddo non è un problema perché il corpo correndo si scalda e si regola la temperatura da solo.
Per esperienza posso dire che il mio problema non sono le mani ma la testa, o meglio la fronte, che invece sento di dover coprire pena un dolore forte come due elettrodi infilati come Frankenstein.
Quindi qual è il dress code per il freddo?
Con la diligenza di una buona madre di famiglia i miei consigli sono:
Leggins con tasche CON ZIP (perché le aziende si dimenticano di mettere le tasche zippate? PERCHE’? dove dovrei tenerla la roba addosso?)
Maglietta a maniche lunghe in tessuto tecnico traspirante
Felpina opzionale
Giacca in nylon anti umidità (F O N D A M E N T A L E)
Cappello o fascia
Guanti (opzionali)
Mascherina (opzionale)
Guanti
Scarpe.


1_Giacca Climaproof: Indispensabile. L'investimento vale la resa.
2_Maglietta Climaheat: Indispensabile d'inverno. Non crediate che il cotone sia meglio, i tessuti tecnici sono tecnici per un motivo.
3_Felpina: Per i freddolosi.
4_Leggins: Questi non hanno la zip ma sono quelli della divisa ufficiale da cityrunner. Sono tamarri q.b. e ci sono molto affezionata. Quando vedete in giro per Milano un gruppetto di ragazze con questi leggings UN CITYRUNNER E' CON VOI.
5_Scarpe DELLA MADONNA: Finora, le migliori scarpe con cui ho corso. Ho l'appoggio in pronazione e con queste scarpe non ho nemmeno un problema, nè alle ginocchia nè alle dita dei piedi. Dalla regia mi dicono essere "neutre" quindi potrebbero andare bene a tutti.
6_Guanti e cappello: Indispensabili per il freddo. 

Poi le opzioni non mancano: ci sono gilet, ci sono cappucci, maglioncini, tute, cose termiche e altre diavolerie che non conosco e che si mettono solo i pro.
Ma è Natale anche per i runners quindi quale migliore occasione per dire “amica mi hai scassato la minchia tutto l’anno con la differenza tra allunghi e ripetute ma ti voglio bene lo stesso?”

Ecco quindi la mia selezione di gingilli per i runners:


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mercoledì 26 novembre 2014

Gift Guides 2014: The New Minimalism

Natale quest’anno per me è una tappa importante verso un 2015 che si prospetta essere, contrariamente ai suoi predecessori anni dispari, un anno di grandi progetti e speranze.
Non vedo l’ora che sia Natale, perché quest’anno grazie al calendario e ai giorni di ferie riuscirò a tornare in ufficio dopo l’epifania e non succedeva dal 2002, ultimo anno di superiori.
Non vedo l’ora che sia Natale perché passerò qualche giorno a casa con i miei genitori e benché sia una festa sempre dolorosa per chi ha perso qualcuno, è vero anche che fare l’albero non è più doloroso come indossare un cilicio.
Non vedo l’ora che sia Natale perché dopo c’è Capodanno e mentre tutti a mezzanotte staranno brindando al 2015 io molto probabilmente sarò in viaggio da Stansted verso Liverpool Street, con la valigia in una mano e la mano di Diego nell’altra.

Un aspetto non trascurabile dell’impazienza che precede il Natale è anche dovuto agli ovvi, meritatissimi, immancabili, imprescindibili R E G A L I.
Io non credo che avrò chissà quale bottino essendo circondata ormai dai debitori ma sono qui per suggerirvi come uscire dall’eterno dilemma di cosa regalare e a chi.

L’AMICA MINIMALISTA

L’amica minimalista se non lavora nella moda, vorrebbe farlo. Se lavora nella moda ha lavorato per Prada (ahem), divulga il vangelo Celine secondo Phoebe Philo e pinna continuamente foto di Victoria Beckham nella board Icons.
L’amica minimalista non ama molto i colori, le piacciono i cappotti dalle linee pulite, ripugna la nail art e la sua tavolozza va dal nude al bordeaux anche se può aver sperimentato il suo picco di stravaganza con un piccolo puntino nero.
E’ color oro perché l’amica minimalista sa che stanno tornando gli anni ’70 infatti ha comprato i jeans a zampa giusto in tempo.
L’amica minimalista sicuramente già conosce gli orologi Daniel Wellington ma ancora non si è ancora decisa a fare il suo primo acquisto.

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lunedì 24 novembre 2014

Beauty Post: Come sta andando con il Clarisonic?

Ci siamo lasciati che faceva ancora caldo e bastava un pulloverino sottile di Zara per tenerci al caldo e vi ritrovo una piena del Seveso e 7 giorni di mal di schiena dopo.
Ho avuto molto, moltissimo tempo per lavorare (di base fino alle 22 e la mia cervicale ringrazia), per farmi maschere tutte le sere, per ingrassare grazie alla nuova pillola e per fare shopping online compulsivo (grazie Yoox che hai il reso gratuito altrimenti sarei rovinata).
La mia situazione finanziaria rispetto all’ultimo post non è cambiata e infatti ho ancora bisogno di soldi e forse è il caso che anche io cominci a pubblicizzare il mio Depop che presto aggiornerò con queste-maledette-scarpe.
Tuttavia, la mia situazione brufologica invece è molto cambiata.
Ora da struccata non spavento anche i ladri e ho recuperato le sembianze di un essere umano.
Quello che avevo mostrato in questa foto ovviamente rappresentava solo una parte delle verità avendo, ancora, un briciolo di dignità. Sappiate però che la situazione era talmente grave che il mio capo un giorno ha esordito molto teneramente con un “ma che cos’hai sulla faccia?”.
Come detto diverse volte, soffro di ovaio (micro) policistico che, come in molte sapete, porta ad avere l’acne anche dopo l’adolescenza (se non PEGGIO dell’adolescenza).
Il periodo peggiore di acne è stato proprio nella settimana in cui avevo la visita dal Gine così ho avuto modo di mostrargli chiaramente le condizione della mia pelle.
Una scatola di Diane dopo eccomi qua: pelle tornata normale, appetito che ha raggiunto vette conosciute solo da  Valeria Marini al ritorno dall’Isola dei Famosi e insonnia notturna. MACHECCEFREGA MACHECCEIMPORTA, ho di nuovo un viso adatto ad affrontare la società e almeno tutto questo bottino ormonale tra due scatole avrà fine.

So bene che la Diane è una pillola molto discussa ma, come detto, assumendola sotto stretto controllo medico (l’avevo già presa in passato) mi sento al sicuro e conto presto di tornare a contracettivi orali (molto) più leggeri.
Ora che ho specificato come sono riuscita a “normalizzare” la pelle, fatemi tornare alle caratteristiche del Clarisonic.

A parte la settimana in cui la mia faccia faceva veramente spavento e ho fatto solo taaaaaaante maschere (al momento la mia preferita è questa), ho continuato ad usare il Clarisonic UNA VOLTA A SETTIMANA.
Le zone peggiori per me erano le guance quindi mi sono concentrata sulla mitica “zona a T” che solitamente è più infima per le pelli a tendenza acneica.
Il risultato è stato fantastico proprio dove l’incidenza di pori grossi come crateri è maggiore: il Clarisonic fa le pulizie di primavera della pelle.
La pelle, una volta risciacquata e tamponata con l’asciugamano, è compatta e riflette la luce. Non la riflette perché è lucida come quando passi il dito alla base del naso te lo ritrovi unto come quando infili la mano nel sacchetto delle patatine Pai: è lucida come un’anta della cucina laccata e pulita con il Lysoform Casa.


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martedì 4 novembre 2014

Come salvarsi il guardaroba in quest'autunno/inverno 2014

Ultimamente ho diversi motivi per rallegrarmi: ci sono i brufoli che mi stanno puntellando la faccia come uvette nel panettone, è un periodo maledettamente intenso sul lavoro e faccio orari barbini, in palestra basta che faccio le scale per farmi venire l’acido lattico e last but not least c’ho le pezze al culo.

Quest’andirivieni con Londra mi sta costando più di un pezzo di rene sul mercato nero degli organi e indubbiamente mi sento fortunata a visitarne un pezzetto nuovo ad ogni viaggio tuttavia, quelle 30 ore che passo a Londra ormai mi stanno costando come pagare a rate una Peekaboo di Fendi. Senza alla fine avere una Peekaboo di Fendi.
A gennaio ci passerò qualche giorno di più e conto di sfidare il freddo e fare un po’ più la turista per poter scrivere una bella guida Cazzofaccio Londra come in tante mi avete chiesto.

Ma parlando di cose più serie: ho pochi soldi e il mio sogno sempre poco celato di diventare la brand ambassador di Victoria Beckham è sempre più difficile da realizzare, soprattutto D O V E N D O accontentarmi di quello che ho nell’armadio e di pochi e misurati nuovi ingressi nel guardaroba.
La scorsa settimana, in un impeto di autocelebrazione, mi sono fatta una foto ogni mattina prima di uscire.
La verità è che la foto me la faccio comunque per mandarla al mio fidanzato: faccio questo meraviglioso assist alla Pirlo regalandogli l’occasione di dirmi che sono bellissima e sto benissimo come se vivessimo ancora insieme.
Ho fatto le foto perché mi sono resa conto che, guardando il mio Instagram, alla fine i pezzi che girano sono sempre gli stessi, come se facessi il gioco delle tre carte con sempre le solite cose.
Maglietta a righe? Check.
Pullover blu? Check.
Gonna viola? Check.
Collana di Marni? Check.

Quindi cosa fare se non si hanno soldi e si vuole comunque rinfrescare l’armadio?

Maglia Sandro, Cintura Miu Miu, Gonna Zara, Stivaletti Prada, Collane tutte di mia madre

Da qualche tempo la cintura in vita è diventata un accessorio imprescindibile.
Benedico quel momento di infinita saggezza in cui, l’anno scorso, in un outlet Prada ho deciso di fare l’acquisto che mi avrebbe poi svoltato l’armadio. Cappotti, abiti, gonne, pantaloni e culottes a vita alta: con una cintura TUTTO sembra più nuovo e, contrariamente a quanto credevo prima, indossare la cintura in vita non attira l’attenzione sulla pancia (che ho sempre odiato, sarà per quello che mi sono sempre sfondata di addominali) ma aiuta a spezzare il look, valorizzando il decolleté (per chi ce l’ha), sottolineando le curve (ciao Kim, dico a te).





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venerdì 3 ottobre 2014

Beauty Post: Clarisonic e i miei brufoli

Come avete notato su Instagram, da qualche giorno il dio signore della pelle da Photoshop mi ha dotata dello scettro della bellezza, della bacchetta di Magica Emi, della spada nella roccia dello skincare e cioè del CLARISONIC.

E’ passato ormai un ragionevole periodo di tempo dall’uscita ufficiale dell’aggeggino in Italia (era l’anno scorso) che ha consentito a tutti di raffreddare gli animi e di guardare con obiettività ciò che prima pareva l’operato di padre pio.
Tuttavia, nonostante abbia letto e disquisito di Clarisonic a profusione come se fosse il Jobs Act di Renzi, io stessa non ero ancora del tutto convinta dell’efficacia del cosetto.
Ecco allora che il signor Clarisonic, dopo aver letto il mio accorato post sulla pelle di merda ad agosto relativo alle magie di Kiehl’s, ha pensato di farmi omaggio del Mia 2 e mettermi alla prova sul campo.

Facciamo finta che nessuna di noi ha mai sentito parlare di quest’attrezzo del piacere (molto più di certi vibratori, ve lo garantisco) e ricominciamo da capo con LE BASI:
_Il Clarisonic non serve per struccarsi
Lo so, sembra un paradosso ma è così. O meglio, usarlo per struccarsi sarebbe come passare lo straccio su un pavimento impolverato senza prima averci passato l’aspirapolvere. E vi prego ditemi che queste cose non le fate.
Per poter beneficiare al meglio della funzionalità del Clarisonic è necessario prima struccarsi (soprattutto gli occhi, eddai) (con l’acqua micellare, con il latte detergente, con l’olio struccante, con quello che vi pare) e POI procedere con la pulizia profonda del Clarisonic, con un detergente liquido. Io uso il mio BFF della Kiehl’s da quest’estate ma volendo nella confezione c’è una minitaglia di detergente in omaggio. Per non sapere né leggere né scrivere io consiglierei di non usare un detergente con granuli per non esagerare con l’azione esfoliante.

 _All’inizio non usatelo tutti i giorni
So di spingermi un po’ in là con questa metafora ma si può dire che sia come per la cacca: non esiste una regola scritta che valga per tutti.
Ciò che va bene per la tua compagna di scrivania potrebbe non andare bene per te così come c’è chi la cacca la fa tutti i giorni e se salta un giro rischia di esplodere e c’è chi invece può vivere tranquillamente anche 3 giorni senza farla (3? Ma anche 5 o 8 senza alcun problema).
Non voglio paragonare il Clarisonic all’evacuazione delle feci ma il principio potrebbe essere simile: bisogna trovare la giusta frequenza sulla base della propria esperienza.
All’inizio ero partita a bomba a farmi il Clarisonic tutti i giorni: la mia pelle non l’ha presa benissimo e ha reagito mettendosi sul chi va là, producendo più sebo, più brufoli, più disperazione.
Adesso io e Amico Clarisonic abbiamo capito che la giusta frequenza è una volta a settimana, il venerdì sera, quando la mia pelle è sfinita da una settimana di trucca, strucca, ritrucca, ristrucca, stress, sudore, brufoli schiacciati, brufoli neonati e brufoli in divenire.
La verità è che passarsi il Clarisonic sul viso è una delle azioni più meravigliosamente rilassanti mai passate per il bagno. Dura solo un minuto ma la tentazione è quella di continuare a premere quel pulsante over and over again e passare 15 minuti con quello spazzolino sulla faccia. Bisogna provarlo per crederlo: acqua tiepida, detergente e Clarisonic. A questo proposito…..


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mercoledì 24 settembre 2014

Lucia Annibali: La mia storia di non amore

Io, come molti italiani, durante le ferie ho letto diversi libri.
Tra i libri che ho letto quest’anno c’è “Io ci sono: La mia storia di non amore” scritto da Lucia Annibali con Giusi Fasano.
Di Lucia Annibali sapevo quello che avevo letto su Corriere.it e sentito dai telegiornali, sapevo che era stata sfregiata con l’acido dal suo ex, sapevo che si era salvata e che aveva dimostrato una grossa forza e sapevo che finalmente, per una volta, la giustizia italiana aveva fatto il suo dovere e l’ex in questione era in carcere.
Tuttavia c’era qualcosa nella storia di Lucia che m’incuriosiva e mi ha spinto a volerne sapere di più e meglio, perché leggendo gli articoli la stima nei confronti di questa ragazza era nata in maniera piuttosto spontanea ma volevo approfondire la conoscenza perché la sua forza potesse diventare anche la mia, nell’affrontare i dolori, le tragedie e le disgrazie della vita.
L’occasione è nata quando un giorno, scorrendo i feed di Instagram, ho notato che una nota società di pr aveva pubblicato la foto di un articolo comparso su Porter Magazine, la rivista di Net a Porter quindi una specie di nuova versione di Vogue, su Lucia Annibali.
Nella foto Lucia era bellissima e ho trovato quel pensiero rassicurante e strano allo stesso tempo.
Lucia E’ bellissima.

Ho manifestato la mia felicità di vedere raccontata la sua storia sui giornali stranieri su Twitter senza nemmeno prima controllare se Lucia avesse, in effetti, un account Twitter per taggarla.
Nel giro di poco Lucia aveva salvato tra i preferiti il mio tweet e ho provato quella strana sensazione che si prova quando su Twitter ti relazioni con qualcuno di “famoso”: Lucia era reale e aveva letto quello che avevo scritto.
Nel giro di poco, attraverso i DM, le ho detto che avrei letto il suo libro in vacanza e lei mi ha risposto sempre gentilissima e cordiale.

Ho letto il suo libro in circa due giorni, senza alzare quasi mai la testa dal Kindle, completamente assorta nel racconto, immersa nella storia al punto che non riuscivo a fare a meno di parlarne, scatenando la curiosità anche del mio ragazzo che voleva saperne sempre di più.

Il libro è scritto magistralmente da Lucia insieme alla giornalista del Corriere Giusi Fasano che suppongo sia la stessa alla quale Lucia ha concesso la prima intervista dopo l’agguato.
Il libro di Lucia va letto, non solo per conoscere meglio com’è andata la storia ma anche e soprattutto perché tutte noi avremmo potuto essere Lucia.
A mano a mano che leggevo non potevo non sentirmi sempre più empaticamente vicina alla mia omonima: più leggevo e più sentivo che, dio mio, avevamo tantissime cose in comune e questo non poteva che rendermela sempre più simpatica, sempre più vicina al cuore come se fosse una cara amica, un’amica alla quale hanno fatto del male e che vuoi solo abbracciare.

Tutte noi potremmo essere Lucia e non lo dico perché noi potremmo avere a che fare con un farabutto come quel Luca Varani, ma per com’è andata la storia tra loro due. Simile a mille altre storie che tutte noi abbiamo sentito o vissuto. Lucia descrive perfettamente la genesi della loro storia: la maniera in cui un tizio che prima a pelle ti sta incredibilmente sulle palle per la sua spocchia e la sua arroganza, che diventa poi magicamente affascinante e misterioso, con lo sguardo un po’ da bastardo che ci piace tanto. Come ci si ritrova poi a parlare per ore, come ci si ritrova a fare l’amore dove capita, quella fame di vedersi di continuo, quella voglia tutta femminile di vivere momenti d’intimità famigliare come preparargli la cena e addormentarti sul divano accanto a lui.
La storia tra loro degenera, era una storia clandestina, dettaglio che ha reso le indagini (prima dell’incidente) più complesse, non comparendo Lucia da nessuna parte se non sui tabulati telefonici.
Ma non voglio negarvi il piacere della lettura, purtroppo non è –solo- un bel romanzo ma la storia vera di Lucia.
Quel libro va letto e va regalato a tutte le donne, a tutte le ragazzine, a tutti gli uomini.
Andrebbe letto a scuola ad alta voce, andrebbe discusso in classe perché le ragazze capiscano come salvarsi, perché gli uomini capiscano cosa non devono diventare, cosa è sbagliato, cosa genera il loro odio e la loro incapacità di sentirsi rifiutati.

Tanto quanto credevo, e credo tuttora, che serva la maniera in vita, di capire e metabolizzare la morte a tutte le età, credo ora che sia quanto meno necessario far capire cosa è amore e cosa non lo è. Bisogna fornire gli strumenti ai giovani uomini di metabolizzare il rifiuto, di elevare il concetto di donna e compagna, di far comprendere che avere la fidanzata non significa detenerne il possesso e poterne disporre in qualsiasi momento e a qualsiasi condizione.
Lucia ha pensato di potercela fare da sola e non ne ha parlato immediatamente con la sua famiglia e come biasimarla? Dio solo sa quante volte ho taciuto cose a mia madre solo per non sentirla piangere al telefono. Per fortuna aveva le amiche, una formidabile rete di amiche che non l’ha lasciata mai sola.

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lunedì 22 settembre 2014

Sporty Post: Un anno da cityrunner, gli altri 30...

E’ passato esattamente un anno da quando ho ricevuto la prima mail relativa al progetto Cityrunners: era il 12 settembre, ero a Parigi e più precisamente ero dentro il Museo d’Orsay di fronte ad un quadro di Degas: “Adidas vorrebbe collaborare con te”. Mi misi a saltellare, a saltellare davanti ad un Degas, il giorno del mio 30esimo compleanno a Parigi.

Morivo dalla voglia di conoscere i dettagli del progetto e nel giro di pochi giorni Elisa, l’adorabile pr Adidas, mi chiamò per spiegarmi a grandi linee la loro idea e dopo nemmeno qualche secondo, nei bagni degli uffici, stavo di nuovo saltellando. 
Le informazioni all’inizio erano poche ma bastarono per convincermi: maratona, staffetta, 10 km, allenamenti, Adidas.
E le ho detto SI, perché mai una sfida mi sarebbe sembrata più sensata di quella.
Avevo già corso delle 10 km nel 2008 e nel 2009 ma avevo mollato al primo dolorino al ginocchio, pensando chissà cosa quando invece capisco solo ora che erano le scarpe sbagliate (erano morbidissime quelle Asics, ma non avevano il sostegno giusto per la mia caviglia da pronatrice).
Il progetto vero e proprio è cominciato poi a fine gennaio ma avendo avuto quei 3 mesi di anticipo ho cercato in tutti i modi di arrivare il più allenata possibile, salvo poi capire che non si è mai abbastanza allenati per il coach Rondelli quando ti guarda fare le ripetute sconsolato come una mamma chioccia che guarda schiantarsi i suoi pulcini.

Ciao, io vado al saggio di danza

Quando a luglio, alla presentazione della II fase dei Cityrunners, mi hanno fatto parlare di fronte A QUELL’IMMENSA PLATEA di ragazzi e ragazze (il 90% provenienti dall’università, contribuendo alla sensazione di imminente vecchiaia) ho anche scoperto di a) non saper parlare in pubblico e b) che il 12 settembre di quest’anno sarei stata impegnata in una corsa.
Se un anno fa l’idea di trascorrere il mio compleanno indossando un paio di scarpe da ginnastica mi pareva fantascienza, quest’anno ho capito che tutto è possibile. Anche programmare il giorno del tuo compleanno minuto per minuto tra arrivi dall’aeroporto, riunioni, stazioni e borse della palestra e poi ritrovarsi in strada, alle 2 di notte, guardando il tetto del tuo palazzo bruciare tra le fiamme.

Di quest’incendio, oltre all’incredibile fortuna che ho avuto di non subire alcun danno, mi rimarrà di certo quella brutta, orrenda sensazione di paura. Paura illogica e irrazionale, come quando scampi un pericolo e solo dopo una manciata di secondi il tuo corpo realizza cosa è successo e comincia a tremare.


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mercoledì 10 settembre 2014

Color Run Milano - The Experience

Cosa potrà mai provare una donna della Vergine, maniaca dell’ordine e della pulizia, a correre in mezzo a nuvole di colore e a sporcarsi irrimediabilmente scarpe, pantaloni, capelli, faccia, maglietta e ogni cm2 di pelle esposta?
GODEVO COME UN MAIALE NEL FANGO.
Ma spieghiamo bene cosa è successo: il 6 settembre a Milano si è concluso il “tour” della Color Run italiano. Ci sono state 5 tappe che hanno toccato diverse città: Torino, Trieste, Ostia e Marina di Pietrasanta.
A Milano, vuoi perché ormai eravamo tutti tornati dalle ferie, eravamo in 19.000

Il che vuol dire 19.000 adulti (bambini pervenuti ma pochi) che per una volta lanciano alle ortiche completi da ufficio e outfit da fashion blogger (la popolazione milanese è equamente divisa tra queste due categorie) per rotolarsi a terra sulla strada sporca di colore come tanti angioletti della neve.

Senza chiamare in causa i soliti cityrunners e la solita corsa, la Color Run non è una corsa sportiva (non è minimamente competitiva) e, spiace dirlo, non è nemmeno una corsa. E’ un’esperienza, è un ricordo, è una di quelle cose da fare per poterla raccontare a qualcuno!
Ad ogni km è prevista una stazione di colore gestita da una delle associazione benefiche coinvolte (a memoria ricordo i blu, Associazione L’abbraccio e i gialli, i famosi Podisti da Marte) che hanno l’ingrato compito di imbrattare noi runners al passaggio di “corsa”.
Virgoletto la corsa perché purtroppo ho visto che pochi correvano e quei pochi che c’hanno provato (me compresa) si sono sentiti urlare cose come “ma dove cazzo corri???”.
Poco male, erano loro a non aver colto il senso dell’evento e non io, ma ciò non toglie che, per chi vuole approcciarsi non al mondo del bucato in lavatrice ma a quello della corsa, la Color Run è un ottimo e allegro pretesto per cominciare.

Dopotutto, almeno si comincia a vedere quanto sono lunghi 5 km!

Siam tutti belli finché siamo puliti



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martedì 9 settembre 2014

E' settembre, fa caldo, cosa ci mettiamo quest'inverno?

Come scatta Settembre da qualche parte nell’animo umano parte quell’irrefrenabile istinto a coprirsi, a cercare i tessuti pesanti, avvolgenti, ad annusare la pioggia e a far scricchiolare le foglie sotto le suole delle scarpe.
E’ l’autunno, si ricomincia la scuola e se quando l’anno scolastico scandiva ancora il mio calendario la mia preoccupazione era acquistare il nuovo diario (pari solo all’adulta necessità, ogni estate, di comprare le nuove creme solari con la stessa dedizione, accuratezza e precisione che dedicavo prima alla scelta della Smemoranda) ora la preoccupazione è COME CAZZO CI SI VESTE QUEST’INVERNO?
Mi ritrovo sempre a chiedermi: “ma gli stilisti, a febbraio, avranno inventato un nuovo modello di scarpe che abbia il tacco ma che siano comodi? Che stia bene sia con gonne di pelle che con pantaloni di lana? Che mi consenta di passare illesa affianco ad una pozzanghera e arrivare in ufficio? Che stia bene con i pantaloni tagliati alla caviglia senza sembrare una contadinella?”
La risposta è: NO.
Per le scarpe il problema è sempre lo stesso e quest’anno non avrò neanche l’accogliente abbraccio di Zara ad accogliermi visto che rimango dell’idea che i miei problemi al metatarso (che perdurano e si sono evoluti in nuove e mirabolanti forme) siano nati tutti tra le pieghe di quella pelle durissima 100% poliuretano.
Se nella mia testa continuo ad immaginarmi Barbie Ufficio AI 2014 per l’intero total look (maglia, gonna/pantaloni, scarpe), nella realtà è molto più facile partire dal primo livello della “cipolla” invernale e cioè IL CAPPOTTO.
Ringraziamo Celine, Prada, Burberry e i soliti noti per aver riportato on top delle nostre wishlist qualsiasi capospalla che arrivi e superi il ginocchio e soprattutto per aver diffuso quest’insolita voglia di pelliccia.
Bando alle animaliste: la stragrande maggioranza di noi si può permettere solo quelle ecologiche ma ciò non toglie che quelle vere (ciao Annabella, se mai ho voluto partecipare alla Ruota della Fortuna è stato solo per vincere una tua pelliccia) rimangano stupende ed inarrivabili.
Sono ormai 3 stagioni che sbavo all’idea di avere un bel montone ma purtroppo tutte le alternative fake che trovo sono più simili alle pagliuzze smerigliatrici che vendono alla Coop.
Se di cappotti a vestaglia poi vogliamo parlare, non si può non salvare su Pinterest almeno un cappotto Max Mara. Forse non lo vorremo adesso, forse mi sento ancora troppo giovane, ma so che ci sarà un giorno nella mia vita in cui mi sentirò pronta per dire “VOGLIO UN CAPPOTTO CAMMELLO DI MAX MARA”.

Io nell’armadio ho ancora un cappotto oversize color carta da zucchero da ammortizzare ma sono comunque certa che uno spazio nel mio arido cuore di schiava della moda si trovi per le tendenze 2014 E INFATTY.

I TRENCH

Zara, ovvio.

Non sono una fan del giubbottino di pelle tipo biker di conseguenza quando il resto del mondo dice “giacchetta di pelle” io rispondo “trench”. E infatti nel mio guardaroba ne ho 3, che indosso cercando di non fare un torto a nessuno ma pur sempre per quei 20 risicatissimi giorni tra settembre e ottobre e altri 20 tra marzo e aprile.
Ultimamente le scelte non mancano e oltre al solito e affidabile gabardine di cotone si sono affiancati nuovi tessuti: più leggeri e cascanti o più pesanti e rigidi come la pelle. Vorrei tanto essere come quelle modelle off-duty che si lanciano addosso il trench nero e lungo come se fosse un cardigan ma nella vita reale fatta di ufficio e mezzi pubblici so che sembrerei solo una wannabe Angelina Jolie sfigata. Ecco perché nei Nuovi Trench preferisco di gran lunga la pelle. Avendo preso come missione personale quella di ridurre, se non eliminare il più possibile, il nero dalla mia palette invernale comincio a “scoprire” i colori anche per la stagione più fredda.

I CAPPOTTI
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giovedì 7 agosto 2014

Pelle della madonna: How to

Razionale come sono non urlerei al miracolo se non ci fossero davvero le basi per farlo.
Per questo non parlo di trattamenti anticellulite e per questo non me la sento ancora di dire che Bio Oil stia facendo chissà quali grandi cose sulle mie smagliature.
Invece mi sento di parlare tranquillamente del miracolo Kiehl’s.
Voi sapete che sono già fan del brand e che finora ho già largamente endorsato l’uso dell’unico siero notte che valga la pena acquistare e cioè il Midnight Recovery (e anche della crema da giorno Abyssine con SPF 23) quindi quando mi hanno chiesto se volevo approfittare di una consulenza esclusiva con uno specialista Kiehl’s ho accettato subito senza pensarci un attimo.

Partiamo dalla premessa che ho fatto alla consulente: “ho una pelle di merda perché ho l’ovaio policistico quindi per quanto possa mettermi d’impegno non avrò mai la pelle di porcellana”.

Sarà che volevo lavarmi la coscienza, sarà che sono arrivata sudaticcia perché aveva piovuto-ma faceva caldo-ma c’è il sole-ma sta piovendo, mi ero anche presa la briga di schiacciarmi un brufolo mentre ero in ufficio, così, tanto per mostrarmi al meglio delle mie possibilità.
La consulente non si è spaventata per nulla ma mi ha appoggiato una cartina ai lati del naso e sulla fronte (laddove sono unta come una piastra per salamelle fuori dal Forum di Assago) e ho aspettato la conferma di quello che pensavo e cioè “hai una pelle mista, un po’ grassa”. MA DAI.
Ultimamente mi sto struccando con il mio solito BFF Occhi della L’Oreal, l’acqua micellare (la mia amica contrabbandiera che me la importa dalla Francia ha finito le scorte ma mi sto trovando molto bene anche con quella della L’Oreal) e il sapone Dr. Bronner. Tuttavia, sono perfettamente conscia del generale peggioramento della mia pelle (e non era a causa del fondotinta YSL come disse l’estetista cinica ma, ne sono sempre più certa, di un dosaggio ormonale sbagliato nella pillola che sto prendendo e che spero di cambiare presto) e consapevole di non poterci fare sostanzialmente nulla, se non una maschera astringente settimanale.
L’amica consulente Kiehl’s però ha pronunciato quella parolina magica che mi ha ricordato prodotti miracolosi acquistati in passato a New York e mai più rivisti in terra italica. Scema io che non li ho più cercati.
Acido salicilico – MY NEW BFF
La mia nuova routine prevede:



Un goccino, due volte al giorno dopo struccata e un piacevole odore di menta si sprigionerà sul viso.
Deterge, rinfresca e asciuga i brufoli schifosi.
Sul dischetto, dopo il detergente, una passatina sulle zone più martoriate dai brufoli e da me. La sensazione è quella di strofinarsi la faccia sull’argilla, ma bisogna dire che in effetti asciuga l’asciugabile.
Con mia somma incredulità e nonostante i miei grandi occhioni da bambolina sventolati alla consulente, mi sono sentita dire che la mia amata crema Abyssine era sbagliata per me ora, in questo preciso momento storico della mia pelle, esattamente adesso.
E in effetti io non ci avevo mai proprio pensato alla possibilità che una crema con cui mi trovo bene d’inverno non mi vada ugualmente bene anche d’estate. Cioè, mi ritrovo a pensare alle esigenze della pelle per termini un po’ più assoluti (prevenzione rughe, SPF, idratazione normale, protezione da fattori esterni come lo smog) senza pensare a caratteristiche più triviali come la texture o la consistenza sulla base del clima.
E invece, scema me.
Non usavo una crema in gel da quando ancora vivevo con i miei e leggevo Top Girl quindi quando me l’ha proposta mi sono rifiutata all’urlo di “ma mi fa pellicola sulla faccia!” ma la consulente che grazie a dio ne sa più di me mi ha detto “fidati, provala”.

Amiche dal giorno dopo, ripeto DAL GIORNO DOPO:
MAI PIU’ salviette del bagno tamponate sulla faccia alle 11 e alle 17.
MAI PIU’ fronte lucida come l’asfalto della tangenziale ad agosto.
MAI PIU’ naso riflettente come un parafulmine.


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martedì 29 luglio 2014

Quanto sarebbe bello se la smettessi di parlare di corsa?

Lo so che alcune di voi lo stanno pensando e posso comprendere il fastidio nei confronti di un argomento che non ci si sente addosso, come una canotta troppo stretta o una gonna troppo larga.
La verità è che non ho intenzione di smettere di parlare di corsa, così come non ho intenzione di parlare solo di quello.
Negli ultimi mesi sono cambiate diverse cose nella mia vita e non tutte facili da affrontare.
Ho cambiato casa, lavoro, colleghi, abitudini e sono passata da una convivenza felice ad un pendolarismo infelice.
Mi sono allontanata da tutti, amiche comprese, perché sono così, quando sto male non mi va di farlo pesare a nessuno e non mi va di aspettarmi qualcosa da qualcuno anche se, inevitabilmente, accade.
Mi sono concentrata sul nuovo lavoro, non senza perdere qualche colpo.
Mi sono concentrata – di più- sulla corsa, non perché volessi mettermi alla prova dal punto di vista sportivo ma solo perché ho percepito la necessità di scappare da qualcosa, di correre via dai pensieri, di affaticarmi per addormentarmi senza quel brusio mentale costante.

Tuttavia vedo che nonostante gli allenamenti con i cityrunners siano conclusi per la pausa estiva (ma riprenderanno puntuali come il primo giorno di scuola a settembre), io sto continuando a correre.
Che sia intorno al Sempione schivando venditori di rose e zanzare o sul tappeto della palestra come un criceto in gabbia, sto continuando a correre.
Continuo a correre ignorando il dolore al metatarso che non se ne va, nonostante i plantari (che ho tolto perché mi hanno convinta essere inutili), nonostante l’afa estiva che diventa talvolta insopportabile.
Continuo a correre senza darmi obiettivi sulla distanza -i 10 km non li faccio da un po’- ma puntando sulla qualità, sui 5 km di “riscaldamento” e poi su una bella e sfiancante seduta in sala attrezzi, o come diavolo si chiama quella parte di palestra frequentata, solitamente, solo da uomini.
Continuo a correre anche nelle afose serate estive, I mean, anche in quelle poche serate afose visto che siamo in un LUGLEMBRE inoltrato.
Riesco a dosare la forza, la fatica e il fiato al punto che negli ultimi 100 metri riesco addirittura ad azzardare delle volate: volate sul mio traguardo immaginario (dietro quell’albero – dopo quel lampione – quando la voce guida mi dice YOU’VE REACHED YOUR GOAL – sotto il gonfiabile dell’arrivo in Arena Civica) dopo le quali vorrei esultare come Bolt dopo i 100 metri ma finisco sempre con il trattenermi e a rantolare appoggiata ad un muretto.


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giovedì 24 luglio 2014

Cazzofaccio Sardegna del Sud

Dopo Parigi, New York e l’Algarve è giunta l’ora di appoggiare il mio piedino anche in quel della Sardegna! 
Purtroppo è inevitabile che nella mia mentalità grande quanto una moneta da 10 cent quando penso alla Sardegna penso immediatamente a Briatore e alla Ventura e infatti riconosco che il mio ragazzo c’ha messo non poco per convincermi che in Sardegna C’E’ anche un alternativa al Billionaire.
Mettici che arrivare a prenotare le ferie a giugno di certo non amplia le possibilità di scelta, mettici che spendere centinaia di euro ogni mese per andare a Londra non aiuta il budget vacanze, mettici che quest’anno la 14esima (e ringraziamo dio di avercela ancora) è un po’ più magra del solito avendo appena cambiato lavoro, il budget e il poco tempo a disposizione mi hanno convinta. 

In effetti negli anni ho sentito più volte parlare di una zona della Sardegna “più selvaggia” e “meno turistica” della solita vita smeralda, ma mi sono sempre rifiutata di credere che in Italia, ad agosto, esista effettivamente una zona “selvaggia” e "poco turistica" perché siamo pur sempre il popolo del Grande Esodo.
Forse quella parte di Sardegna i sardi amano tenerla nascosta, avendo già messo grandemente a disposizione del mondo la Costa Smeralda, e vogliono tenersi un angolino di pace senza paparazzi e vetrine blasonate. 
Avete ragioni amici sardi, avete tutta la mia comprensione. 

Però io vengo a passarci due settimane e non vedo l’ora di cambiare idea sulla Sardegna. 
Quindi, sarde all’ascolto, considerando che ho un B&B dalle parti di Iglesias, ridente cittadina dedicata al celeberrimo Enrique (I can be your hero baby), l’automobile a disposizione e pure chi è disposto a guidarla (sperando che non vada contromano perché ormai troppo piegato alle usanze britanniche), quali sono i posti che mi consigliate di visitare?
Spiagge dimenticate da dio e dai turisti, ristoranti (soprattutto ristoranti), cose da fare, cose da vedere, Isole di San Pietro, gitarelle, cibi tipici, cibi atipici, pascoli, colline, montagne, formaggi, marmellate, purceddu, ristoranti, bar, gelaterie, trattorie, osterie, parchi naturali, itinerari… Ditemi ogni cosa. E se non volete svelare il vostro segreto ai quattro venti --> mandatemi una mail a lazitella@matiseivista.com

Nel frattempo, preparo le valigie:



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venerdì 18 luglio 2014

Cosa indossare per una cena alla Casa Bianca? La couture week fall 2014

Sapete che posso sfuggire più o meno a tutti gli appuntamenti (ciao red carpet di Cannes!) ma non all’haute couture. E non è solo per i numerosi endorsement ricevuti dalle mie amiche (che a dirla tutta mi fanno commuovere, credo che nemmeno mia madre spenderebbe così tante belle parole su di me) ma anche perché credo che se ormai più o meno tutti abbiano un opinione sui red carpet e su cosa indossare ai matrimoni, forse non tutti ancora sanno di quale immensa meraviglia si mette in scena 2 volte all’anno in quel di Parigi. Una fashion week che più magnifica non si riesce ad immaginare e che non riesco, giuro, ad immaginarmi in nessun’altra città del mondo, per quanto Dolce & Gabbana ci stiano provando (Taormina, Venezia, Capri… bongi bongi bo bo bo).
Quindi, tiriamo fuori dall’armadio uno dei tutù della Connie e infiliamoci dei guanti di seta perché per parlare di queste meraviglie non potremmo indossare altro.



Armani Privé è come il running (e ti pareva che non la mettevo pure qua ‘sta corsa maledetta?): noioso, ma nel lungo periodo non si può che apprezzarlo.
Sarà che sto invecchiando però dai, io e la mia amica delle medie Olivia Palermo ci vedremmo benissimo con uno di quei soprabiti, anche sopra un paio di jeans.
E poi rosso, un-amore-che-non-posso-ho-comprato-un-gatto-bianco, e puffy fur che voi chiamerete ridicole ma io le trovo favolose.


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martedì 3 giugno 2014

Only the pazzi: Run 5.30 e We Own The Night 2014

Ci vuole del bel coraggio per andare a correre alle 5.30 di mattina in un giorno feriale. Spiegarlo alle persone che mi circondano, da mia madre ai miei colleghi, dal fidanzato ai compagni di palestra è sempre un po’ difficile perché, anche se loro non se lo immaginano, io glielo vedo quello sguardo da “ma tu hai qualche problema”.
E tu vaglielo a spiegare che trovo molto più normale alzarmi alle 4.30 per andare a correre che abbandonare il divano all’una di notte per uscire a bere un inutile drink sui navigli.
Non trovo strano alzarmi prima dell’alba per correre nel mezzo del centro storico di Milano deserto e anzi, trovo sinceramente ottuso chi non capisce quanto sia liberatorio e soddisfacente un esperienza del genere.
Correre alle 5.30 di mattina (di un giorno feriale, è bene sottolinearlo perché a farlo di sabato o di domenica son capaci tutti) è una di quelle cose che gli americani metterebbero nella “bucket list”: l’elenco delle cose da fare prima di morire.
Come posso spiegare una mattinata così elettrizzante, così euforica: un gruppo di persone che fino a 3 mesi fa manco si conosceva e adesso si ritrova alle 5 di mattina davanti ai Giardini di Palestro a ridere e a prendersi per il culo l’un l’altro perché “oh io dopo ho una riunione” “non sono mai stata in centro a quest’ora struccata” “ma che cazzo stiamo facendo” “quello là ha fatto il dritto”.

Facce da cityrunners: Francesca, Gaetano, Tania, io, Giulia, Daniela, Rossana e Mirko

Per chi corre da un po’ fare 5 km è abbastanza agevole: direi che è quasi una distanza che si riesce a completare senza nemmeno attivare i dolori da infortuni che tutti, e dico tutti, noi cityrunners stiamo sperimentando. La mia home di Facebook ormai è un proliferare di aggiornamenti da ortopedia insieme agli immancabili Runtastic e Runkeeper: c’è chi corre alla mattina (tipo Giulia l’Highlander), chi corre la sera come Mirko, chi sale centinaia di scale come quel folle di Cristiano e c’è chi corre come me che giro intorno ad Isola come un criceto sulla ruota esultando tutte le volte che mantengo un passo sotto i 6 minuti/km.

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mercoledì 7 maggio 2014

Met 2014: Charles James chi?

Era abbastanza nell’aria che quest’anno il Met non ce lo saremmo filato di striscio, con un tema come “Charles James, Beyond Fashion” non si poteva che riassumere l’evento dell’anno con un grandissimo CHARLES JAMES CHI?

Anna Wintour è liberissima di tagliare fuori il 90% della Moda Che Conta dal Met (e cioè noi italiani) ma quello che si avrà per contro sarà il grandissimo mappazzone che abbiamo visto.
Un WTF dietro l’altro, metri e metri di pizzo e raso buttati a muzzo, un dress code chiaramente pubblicizzato per l’occasione per evitare cadute di stile che altro non ha portato che una manciata di uomini in cravatta bianca. Fossi in Anna Wintour mi chiederei dove ho sbagliato se alla fine della serata tra le meglio vestite c’era Kim Kardashian.

Sono così delusa dal red carpet che quasi mi scoccia dire che mi hanno facilitato il lavoro.
Classificarle non è stato difficile:
_You didn’t get the memo
Quelle che chiaramente non hanno ricevuto indicazioni sul dress code della serata che, ça va sans dire, andrebbe rispettato seguendo il tema della mostra. A questo giro era dedicata al sarto più famoso del mondo (certo) quindi un pizzico di couture d’altri tempi non avrebbe guastato, anche a costo di sembrare fuori luogo. Dopotutto, si pagano pur sempre 25.000 $ per accedere all’evento, seguire il tema sarebbe cosa gradita.

Maggie Gyllenhaal – Valentino; Florence Welch – Valentino; Janelle Monae – Tadashi Shoji;
Monica Bellucci – Dolce & Gabbana

Con tutto il rispetto per i designer citati qua non mi sembra che il tema couture sia evidente. Alcuni pezzi meravigliosi (Valentino, guai a toccarlo) ma altri banali (pizzo), eccessivi (mantella), fuori tema (pantaloni). Non sempre vale tutto, bisognerebbe ricordarlo.

Dita Von Teese – Zac Posen; Diane Kruger – Jason Wu per Hugo Boss; Kendall Jenner – Topshop;
Naomi Watts – Givenchy; Leighton Meester – Emilio Pucci



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